Lettera d'amore #8


Virginia,


io non lo so se si sparisce così, da un giorno all'altro. Forse sarebbe più giusto dire "da un'ora all'altra" anche se sono certo che - qualora fossi proprio costretto a catalogare la tua sparizione in un intervallo temporale - ecco, direi che tu sei sparita da un minuto all'altro. Non so se si sparisce così, ma ho il sospetto che non sia giusto.
È vero, ti ho conosciuta all'improvviso. Non ti ho vista seduta da sola in una soffice poltrona di una libreria del centro, né ti ho seguita con lo sguardo mentre salivi su un taxi nella piazza che mi ha visto crescere. Io ti ho conosciuta come si conosce la vita, ti ho sbattuto contro come gli alveoli di un neonato vanno dritti verso l'aria aperta. E, mentre ti sbattevo contro, i tuoi preziosissimi appunti prendevano letteralmente il volo. Li guardavamo entrambi sparpagliarsi sulla neve sporca di un inverno che non faceva sul serio.
C'è una condanna che la tua sparizione mi commina: consiste nel credere che tu sia assente. Così c'è una condanna che la tua assenza mi commina: consiste nel credere che tu ritornerai.
Sono il bambino innamorato della compagna di banco costretta in casa dalla varicella.
Sono un vecchio che aspetta una morte che è assente da ottantaquattro anni.
Sono una madre che aspetta un bambino nel primo giorno di primavera.
Sono il tuo amore per me che hai deciso di fare assentare da scuola senza prendere il libretto delle giustificazioni e firmare e dirgli "sì, oggi stai a casa ma domani fili in classe".

Tuo,
Roberto

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1 commento:

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