I giorni dell'attesa

Ritornano i giorni dell'attesa. I giorni in cui ti pesa non avere qualcuno a cui appoggiarti.
In cui non puoi essere figlia ma indossi ancora una volta i panni logori del soldato sull'attenti.
E non importa se il tuo stomaco oramai è un pugno stretto che fa male, non importa se ogni singola parte di te stessa chiede pietà, se il corpo si ribella a ciò che la mente deve fare.
Per ora devi fingere. Fingere che sei figlia e prendi le veci del capofamiglia, in cui consoli e con pazienza dai speranza anche se tu per prima sei presa dal panico.

E' in questi momenti che avresti voluto un fratello o un uomo.
Perché era tuo padre che prendeva in mano la situazione, che proteggeva, che riportava quel senso di serenità e di protezione con una mano enorme che stringeva la tua. Che era come un pilastro a cui aggrapparti e rimaneva immobile anche se intorno c'era la tempesta.
Ma non c'è nessuno.
Prendo i colori e mi pitturo la faccia.
Che almeno fuori si veda che son in guerra, che sono disposta anche a frantumarmi.
Senza nessuna carità verso me stessa.

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