sabato 31 gennaio 2004

Amore e Psiche

Pensavo che l'amore avrebbe vinto tutto.

Ci si innamora sempre nello stesso modo? si ama sempre allo stesso modo?

La magia... oh si, potreste dirmi che l'amore è magia. Che il colpo di fulmine è l'incontro di anime gemelle, però strano come queste stesse anime poi si violentano di risentimenti quando il fulmine passa... Non è che l'abbagliante fulmine sono ormoni?

Quando tutto finisce e l'altro diventa un estraneo ai nostri occhi, possibile che sia davvero cambiato? o siamo noi che finalmente vediamo e ascoltiamo? Che finalmente, svestito dall'immaginazione, lo conosciamo davvero?
Ci sentiamo delusi e falliti dalle parole che ascoltiamo dall'altro "ma come? ... io non sapevo... non pensavo... non credevo tu fossi così" Davvero? Non è che prima eravamo sordi, bendati, e innamorati di noi che amavamo non l'altro ma una nostra fantasia?
Non a caso si dice che l'amore è cieco.

martedì 27 gennaio 2004

Il gelo

Il gelo e il blocco, come quando ti spogli e vuoi far l'amore e l'altra persona vuol invece guardare la televisione. E ti ritrovi da sola nella stanza tutta nuda e hai un freddo cane, e allora hai fretta di vestirti e cancellare il ricordo della solitudine di quel momento, hai freddo. Prendi una coperta qualsiasi e ti copri

e non tolleri più lo sguardo addosso di chi ti è accanto in quel momento.
Non lo tolleri ed allora apri la porta e piano piano ti allontani.

La vergogna

Shoah
La rabbia, la pena, empatia, l'incubo
mi immedesimo.
Ho sempre letto, ho sempre visto ogni documentario trasmesso, ogni film.

Come una punizione, come se dovessi convincermi che è stato reale.
Che non è un film, che è successo realmente, che alla cattiveria non c'è limite. Alla bontà e alla cattiveria umana.
Chi è stato responsabile, solo Hitler e i suoi alleati, gli uomini di potere o ogni singolo individuo che ha voltato la testa dall'altra parte, che si è sentito dio in persona perché ha voluto pensare di essere giustiziere, giudicante, che io ancora non ci arrivo a pensare che la sua religione rende un uomo diverso da me.
ed allora penso perché gli ebrei erano i più ricchi, ma non potevano semplicemente derubarli?
e penso ancora, alla miseria umana che è stata in grado di partorire e che continua a partorire malati di mente, ed io continuo ad essere un idealista imbecille e sperare in un mondo futuro in cui ci saranno essere umani illuminati, in cui non ci saranno guerre e niente fame nel mondo, in cui l'ambiente verrà rispettato e il possesso personale sarà veramente cosa da poco perché tutti vivranno bene e mai più succederanno cose del genere...
e gli innocenti saranno tutelati a costo della vita.

martedì 2 dicembre 2003

La mia casa

Ieri parlando con mia sorella è venuto fuori questo, la gelosia per i propri oggetti. Forse perché non ho il senso del possesso delle cose, sono egoista è vero, ma chi viene a casa mia deve sentirli libero di fare quel che vuole. Affido persino il computer, che qui c'è un sacco di cose scritte, email private, foto e sogni, mi fido della discrezione dell'altro. Mi piace che le persone se vogliono un caffè non abbiano timore a farselo, mi piace che si facciano la doccia, che dormano sul divano, che si sentano a casa nel limiti della buona educazione.

Senza criticare come è la mia casa però.
Avevo una mia amica che ogni volta che veniva da me, la pasta era troppo cotta, i muri non avevano la stessa tonalità delle piastrelle, era un continuo criticarmi, fumi troppo, devi mangiare quello, non fare questo, fai così che è meglio.
I consigli si, se ho una forchetta sporca perché la lavastoviglie non ha fatto il suo dovere va bene, ci mancherebbe, ma per il gusto di criticare ciò che tu non puoi avere... mmm... e no...

lunedì 17 novembre 2003

Il treno

Alla fine nulla è cambiato, mi guardo intorno e vedo lo stesso paesaggio. I passi seguono un percorso conosciuto da anni. Un percorso riconosciuto come una strada battuta nel deserto, se si potessero vedere le auree la scia luminosa che colara di me lampeggerebbe come impronte di scarpe sporche di colore fosforescente. 15 anni forse di più. lo stesso posto, le stesse scale, stessa metropolitana. Linea due verde.

Lo stesso pazzo ubriaco che urla e strepita sulla carrozza, ma non dice grandi verità come nei libri e nei film, chiede solo monetine per bere ancora un po' di alcool.

lo stesso odore nauseabondo che ti si appiccica addosso come colla fino a quando il tuo naso non lo percepisce più.

La metro mi porta fino in stazione Centrale. Sempre un grande fascino. E ricordo i miei passi di 15enne. I miei passi in questa stazione. I miei passi prima di passare pomeriggi interi davanti all'ingresso di alberghi di lusso in cui alloggiavano i cantanti... la testa piena di speranze e di sogni idioti, e ogni passo che facevo batteva il tempo di un pensiero persistente ... "Quando sarò grande..." tutto era possibile.

Ora sono grande e percorro le stesse scalinate che mi porteranno a prendere un treno stavolta.

Alla fine la ricompensa di tutto il dolore non è malaccio. La sensazione di essere adulta, di essere arrivata ad intuire un pezzo di verità.

Amo la mia stazione. Amo la gente, mi incanto a guardare il traffico di persone che corrono e vanno di fretta. I colori, lingue diverse, lucine colorate che disegnano lettere che dicono cosa può essere un viaggio. Avventura. Viaggio. Riflessione.

martedì 4 novembre 2003

L'uomo dei fiori

Sto parlando incatenata a quegli occhi sorridenti
seduta ad un tavolo di un bar all'aperto
"Rose?"
Una voce alle mie spalle.
La nostra reazione è la solita, quella che hanno i più, di fastidio e imbarazzo
Rispondiamo "No grazie"
Poi mi giro e vedo il volto di quest'uomo.
Un viso stanco e pieno di rughe, rughe che non capisci se sono state incise sulla pelle dal tempo o dalla vita.
Sento solo che ha sofferto.
Lo sento come una scarica che pervade l'anima e fa male.
Molto male.
Un secondo dopo voglio la sua rosa. La voglio bianca.
F. fa il gesto di prendere i soldi dalla giacca... ma non voglio. Voglio comperargliela io la rosa.
Gli dico che non voglio una rosa che muore subito, la voglio bella... La scelgo, la pago e gli sorrido.
Lui mi sorride e mi accarezza la faccia..
e ora ripenso a quella carezza che mi brucia ancora la pelle....

lunedì 27 ottobre 2003

La famiglia

Il mio grosso grasso matrimonio greco che volendo tradurre potrebbe essere
La mia grassa grossa famiglia italiana

Chiassosa, enorme, talmente enorme da perdimici ogni volta che l'incontro e questo succede ogni Natale oramai, da quando ho facoltà di scegliere, di pensare. E chissà forse lo salterò questo Natale. Li ho sempre evitati. Credo di essere un ramo di mia nonna materna e mio nonno paterno
Timidi, solitari, amorevoli, troppo sensibili, che si sono persi mille volte. Gli altri? GLi altri li guardo come essere scesi da un altro pianeta. Urlano e strepitano, si fanno gli affari degli altri. Troppo presi dalla vita altrui per vivere la propria.

Ma, a differenza dei miei parenti che vivono a Parigi, questi di Milano se c'è un problema lo affrontano tutti insieme, ogni ferita è rimarginata insieme.
A Parigi invece si sente che sono satelliti isolati della stessa famiglia. Pensavo di esser anche io un satellite ed invece sono stata una cometa che seguiva la mia nonna, ma assolutamente diversa non solo per cultura, ma per sentimenti e valori.

In Francia è così tutto... "apparenza", o almeno alcuni fratelli e sorelle di mia madre la pensano così. Tutti a pensare a quanto dimagrire ma assolutamente assenti se qualcuno è in ospedale... e dire che le radici sono siciliane. Chissà da chi hanno preso... chi ha venduto loro il cuore. Perché piangere una madre morta ed essere stati assenti? venderla in un tribunale per non spendere cento mila lire? Ma queste sono vergogne che non vanno dette in pubblico, panni sporchi che si lavano nelle quattro mura, perché ti vergogni così tanto di fare parte di quella famiglia... ma così tanto. E non poter parlare per paura che le cose si ritorcano contro quella piccola vecchietta che ha perso la memoria e il passato, e contro suo marito che è perso senza lei.

Ma lei muore.
Ed allora per me diventano solo sorelle e fratelli di mia madre. Qualcosa che non fa più parte della mia vita. E il rancore non si acquieta. Pensavo di tornare da Parigi e trovare le braccia calorose di questa di famiglia, che altri meriti non ha se non stare vicino a chi soffre. Ma mia madre non fa parte della famiglia in fondo. ed io...""non è possibile che soffra così tanto" perché si crea una sorta di gelosia e di orgoglio ferito, perché io a loro non ho mai così voluto bene ed allora ci hanno lasciato sole. A me e alla mia mamma.

E' brutto non saper perdonare. Ma non ce la faccio. Non perdono l'errore consapevole, ci son cose sempre più grandi in cui vecchi rancori e invidie vanno per forza messi da parte.
Ho un brutto carattere? oh si, brutto carattere di chi si ostina a guardare la gente negli occhi e sentirsi pulita. Mi sento pulita. Pulita e con il privilegio di poter guardare tutti negli occhi. Perché se non ce la faccio, lo dico. Se ho fatto del male sono stata sempre consapevole delle conseguenze.
Senza nascondere il male che è in me.
Senza nascondere il bene che è in me.

Ed allora siamo noi. Io mamma e papà. La famiglia.
La mia famiglia.
Ed i miei satelliti sono i miei amici.
Sorelle e fratelli che mai ho avuto ma che ho scelto e che mi hanno scelto.

e adesso

 Adesso ho smesso di piangere, ho smesso di mangiare,  sono in convalescenza. Ci stiamo sbagliando ragazze... ho fatto un tour delle canzoni...